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Dopo referendum
Tre vittorie una sfida
Stefano Ceccanti

Adesso non abbiamo più scuse. Tre erano le prove elettorali e tutte e tre sono state vinte. Prima il governo nazionale, con grande e prolungata sofferenza. Poi un'ampia vittoria alle amministrative che, sommandosi ai risultati delle regionali dell'anno precedente, ha dato un radicamento di governo diffuso che mai era stato così cumulato col governo nazionale. Infine il voto referendario di ieri, con oltre il 50% di partecipazione, largamente maggioritario ovunque, tranne in Veneto e Lombardia, che ha spazzato via dal tavolo una brutta riforma costituzionale. Nessuno ignora il peso demografico, economico e culturale di queste due regioni, ma esse da sole non sono il Nord: al di là del risultato nazionale non c'è stato quindi un Paese diviso come si era augurata la Lega.

Amministrare una tripla vittoria non è facile perché quanto maggiore è il Paese tanto maggiore è la responsabilità. Cinque anni di governo a tutti i livelli danno la forza di plasmare un intero ciclo, ma tolgono qualsiasi alibi per i possibili fallimenti. Tre sono anche i livelli di impegno. In primo luogo quello dei soggetti politici, perché il riformismo dall'alto è insufficiente sempre, anche quando si cumulano Palazzo Chigi, giunte regionali, province e municipi. Il partito democratico è stato annunciato, promesso, per certi versi già visto all'opera con i gruppi parlamentari comuni. L'inizio non può essere differito pena l'ulteriore frammentazione delle iniziative in quest'area politica maggioritaria della coalizione.
Complementare sarà anche la riorganizzazione delle forze della cosiddetta sinistra radicale, che le richiama al dovere di mediare la loro ispirazione con una cultura di responsabilità e di lungo periodo e di dare una cornice collettiva al protagonismo di gruppi e personalità, senza spinte allo scavalcamento reciproco. Differenze e tensione all'unità sono messe in comune da tempo nel governo locale e regionale, non si vede perché ciò non possa accadere anche su quello del governo nazionale, il secondo livello di azione.
Il terzo, quello delle riforme, è qualitativamente diverso: non spetta all'iniziativa autosufficiente di una sola parte. Ma sarebbe sbagliato, proprio da parte di chi ha responsabilità diffuse di governo, interpretare il No di ieri a quella specifica riforma, sbagliata anche perché di parte, utilizzare l'argomento delle riforme condivise per dare per insuperabile la linea divisoria di ieri e ritenere che basti un'ampia vittoria a maggioranza per ignorare non solo le ragioni di chi ha votato Sì, e sono comunque vari milioni di italiani che vanno rispettati e non considerati estranei ai principi della Costituzione, ma di larga parte dello stesso retroterra che ha votato No. Per affermare cioè, in modo colpevolmente semplicistico, che in astratto sarebbero preferibili riforme condivise, ma che in concreto con quegli specifici interlocutori non è possibile, che i conti sarebbero già regolati con quel voto. Sarebbe una scelta unilaterale di inerzia tanto grave quanto quella di arroganza del centrodestra nella scorsa legislatura.
Vogliamo alcuni esempi di questi problemi aperti? Anzitutto la legge elettorale: una parte dei No di ieri sono arrivati anche perché coloro che hanno votato da soli quella riforma costituzionale avevano anche votato allo stesso modo quella legge da loro stessi definita poi una «porcata». La percentuale dei votanti di ieri ci dice che l'iniziativa referendaria già annunciata per la prossima primavera su due quesiti elettorali (per mantenere solo gli sbarramenti più alti, dare il premio alla lista anziché alla coalizione e impedire le candidature multiple) potrebbe raggiungere il quorum. Per questo la loro semplice presentazione, a cui i partiti del centrosinistra sono chiamati a dare una risposta per primi, visto che sono stati i più decisi oppositori della legge, potrebbe sbloccare il sistema, realizzando un compromesso parlamentare alto, migliorativo rispetto ai quesiti. Così accadde per la legge sull'elezione diretta del sindaco, che fu suscitata da un quesito abrogativo che non si votò mai perché il Parlamento riuscì a fare prima il suo dovere.
Secondo esempio: il rapporto centro-periferia. Tra le realtà difese dal No c'è stato anche il ruolo di una esemplare istituzione di garanzia, la Corte costituzionale, che sarebbe stata colpita in vari modi dalla cattiva riforma. Sarebbe però sbagliato non segnalare che per difenderla attivamente occorre anche eliminare le cause del contenzioso tra Stato e regioni che la affliggono sin dalla riforma del Titolo Quinto. Qualcosa di importante si può fare sin da subito ed è l'integrazione della commissione bicamerale per le questioni regionali con rappresentanti delle autonomie regionali e locali, prevista proprio da quella riforma e poi inattuata dal centro-destra che per perseguire un obiettivo più radicale ha intanto ignorato quello a portata di mano. Sarebbe anche la premessa, l'esperimento-pilota per la più complessiva riforma del Senato, che è il terzo esempio (non esaustivo) delle modifiche da introdurre e che sarebbe estremamente utile sia dal punto di vista della forma di governo (per evitare il rischio di maggioranze opposte) sia da quello del tipo di Stato (per trovare la sede parlamentare stabile di cooperazione di un federalismo realmente cooperativo). Non a caso ad un'analoga riforma sta lavorando in Spagna il Governo Zapatero.
Quando si raggiunge questa soglia di complessità e di soggetti coinvolti, vale allora la pena di utilizzare l'oggettiva pausa di riflessione delle vacanze estive non come sospensione sine die delle riforme, ma come pausa operosa per trovare gli strumenti, i percorsi per un'innovazione condivisa non solo dai due poli, dai No e dai Sì di ieri, ma anche dalle autonomie regionali e locali e dal vasto e plurale mondo associativo e culturale che non è stato secondo a nessuno nel promuovere le iniziative più partecipate di questo referendum e che non merita certo di essere ora emarginato dal percorso che si apre. Anche sulla Costituzione nessun riformismo dall'alto, ma pronta e decisa risoluzione dei problemi reali.

 

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